Il Fisco spiegato alle Wedding Planner

Il Fisco spiegato alle Wedding Planner

Il Fisco spiegato alle Wedding Planner

Quale regime fiscale deve adottare un Wedding Planner?

 

 

In questo articolo voglio introdurvi ad uno degli aspetti fondamentali per chiunque desideri intraprendere l’attività di Wedding Planner, ovvero: quale regime fiscale bisogna adottare, una volta aperta la partita iva?

 

Innanzitutto una premessa: siamo dei professionisti, ed in quanto tali, eroghiamo una consulenza specializzata ai nostri clienti.

 

 

È molto importante, fin da quando si decide di intraprendere questo percorso, sapersi porre obiettivi concreti e realizzabili da raggiungere, attraverso l’analisi, la gestione e la capacità di lettura dei propri “numeri aziendali”.

 

 

Queste cifre, le acquisiamo analizzando sia il bilancio annuale consuntivo che quelli previsionali, più a breve raggio: bimestrali o trimestrali. Tale esercizio diventa una tappa fondamentale al fine di poter monitorare l’andamento aziendale, ma soprattutto prevedere per tempo l’ammontare delle tasse che dovremo pagare.

 

 

Grazie all’aiuto della Dott.ssa Laura Benetti, esperta di contabilità, tasse e adempimenti normativi societari, approfondiremo l’aspetto fiscale e giuridico inerente il lavoro di wedding planner.

 

 

Quali sono i passaggi fiscali da adempiere per iniziare questa professione?

 

Innanzitutto si apre una Partita Iva e bisogna obbligatoriamente iscriversi alla gestione dei contributi previdenziali, che possono essere di vario genere, in base all’attività che si svolge.

Esistono varie casse professionali per specifiche professioni: “Commercialisti, avvocati, architetti o giornalisti”, i quali hanno una propria cassa previdenziale.

Chi sceglie invece di aprire una ditta individuale, o svolge attività di commercio o da artigiano, deve iscriversi alla gestione artigiani e commercianti.

 

Abbiamo poi tutti coloro che svolgono attività di consulenza, i liberi professionisti, che non hanno una cassa previdenziale specifica, rientrano in quella che viene definita Gestione separata Inps.

In questa categoria, i contributi versati in percentuale,  oggi ammontano precisamente al 25,72% sugli incassi, sia nel regime ordinario che forfettario.

 

Diverso è il discorso per quanto riguarda le altre casse previdenziali professionali, dove si ha l’obbligo del versamento minimo, anche in caso di mancata fatturazione.

 

Vi ricordo che i contributi non sono tasse!

 

Il libero professionista, dovrà poi scegliere la forma giuridica più adatta per la sua attività. Attualmente ha due possibilità:

 

  • Regime di Contabilità Ordinaria
  • Regime Forfettario

 

Nel primo caso, ci approcciamo ad un regime molto complesso, che richiede maggiori adempimenti e riguarda chi consegue guadagni maggiori. In questo caso il professionista è tenuto a pagare l’IRPEF (Imposta sul reddito delle persone fisiche), con detrazioni e deduzioni, che non troviamo nel regime Forfettario (ad esempio: spese mediche, mutuo 1° casa, ristrutturazione, etc.).

La tassazione viene effettuata sulla differenza tra incassi e costi della propria attività.

 

 

Il vero problema è che in Italia, le tasse sono pagate sul sistema di saldi e  acconti: in sostanza vanno anticipate le rate in base al fatturato dell’anno precedente.

 

 

 

In alternativa è poi possibile aprire il Regime Forfettario,  che offre un sistema semplificato, con alcuni vantaggi e agevolazioni.

Il professionista verserà un’imposta sostitutiva, ovvero quella sul reddito, corrispondente all’addizionale comunale e regionale, versando solamente il 15% per i primi cinque anni di attività.

Inoltre se non si è stati possessori di Partita Iva negli ultimi 3 anni e non si ha un proseguimento di attività, abbiamo la possibilità di pagare il 5%.

 

 

 

Prima di effettuare passi azzardati, valutate sempre bene con il vostro professionista di fiducia tutte le opzioni che possano fare al vostro caso.

 

 

Roberta Torresan

 

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